giovedì 28 maggio 2015

GIOVANNI QUINTO

Uno tra gli avvenimenti più significativi della storia italiana del dopoguerra è stato l’attentato a Palmiro Togliatti nel 1948 che, per i suoi sviluppi e la sua gravità, avrebbe potuto scatenare una vera e propria guerra civile. Il 14 luglio 1948, intorno alle ore 11,30, Antonio Pallante, un giovane studente universitario di 25 anni, della facoltà di Giurisprudenza, esplose contro Togliatti a distanza ravvicinata tre colpi di pistola “Smith and Wesson” calibro 38, (comprata tre giorni prima da un armaiolo per 3500 lire) dei quali tre arrivarono a segno alla nuca e alla schiena, mentre una terza sfiorò la testa del leader comunista. Ricoverato d'urgenza, Togliatti fu operato con successo dal chirurgo Pietro Valdoni.
Togliatti stava uscendo da Montecitorio in compagnia di Nilde Iotti (giovane membro del Pci eletta alla Costituente, con la quale aveva intrecciato una relazione nel 1946, quando lei aveva 26 anni). Nell'immediato dopoguerra, Palmiro Togliatti era stato eletto all'Assemblea Costituente e successivamente deputato fin dalla prima legislatura. Antonio Pallante, un giovane iscritto al blocco liberale qualunquista, si era sempre proclamato psicologicamente terrorizzato dagli effetti che la politica filo-sovietica del "Migliore" (come ormai Togliatti cominciava ad esser soprannominato ironicamente dai suoi avversari) avrebbe potuto avere sul Paese.
Poche ore dopo il ferimento si verificarono gravissimi incidenti in diverse località e città italiane, fra le quali Roma, La Spezia, Abbadia San Salvatore e, nel corso di violentissime manifestazioni di protesta, si registrarono disordini con alcuni morti a Napoli, Genova, Livorno e Taranto. Genova reagì con maggiore tempestività, sia per la forte presenza comunista fra la sua popolazione, sia perché a molti non era sfuggito il ricordo sentimentale di un Togliatti genovese (anche se emigrato subito dopo la nascita in Sardegna e poi vissuto a Torino ed in gran parte in Russia). Gli operai della FIAT di Torino sequestrarono nel suo ufficio l'amministratore delegato Vittorio Valletta. Buona parte dei telefoni pubblici smisero di funzionare e si bloccò la circolazione ferroviaria. Il democristiano Mario Scelba, ministro dell'Interno, fortemente preoccupato per la situazione dell’ordine pubblico i tutta Italia, impartì urgenti disposizioni ai vari prefetti per vietare ogni forma di manifestazione, quando l'intero paese sembrava ormai sull'orlo di una guerra civile vera e propria. Nelle ore in cui si attendeva l'esito dell'intervento chirurgico, si diffusero le più diverse voci sullo stato di salute di Togliatti e, tra le tante, anche la notizia della morte improvvisa del segretario comunista. Il clima politico del paese era caldissimo: soltanto due mesi prima, il 18 aprile 1948, le prime elezioni della storia della repubblica avevano sancito la vittoria della Democrazia Cristiana sul fronte delle sinistre (Partito Comunista e Partito Socialista).
Il bilancio, nella sola giornata del 14 luglio, fu di 14 morti, tra cui quattro agenti di Pubblica Sicurezza, e centinaia di feriti. Nei due giorni successivi all'attentato, si contarono altri sedici morti e circa seicento feriti. Il Paese tornò alla normalità solamente quando l'intervento chirurgico riuscì a salvare la vita di Togliatti. Fu proprio il dirigente del Partito Comunista Italiano ad imporre ai membri più importanti della direzione del PCI, Secchia e Longo, di sedare gli animi e fermare la rivolta. La possibile insurrezione di massa dei militanti comunisti si arrestò davanti all'ordine di Togliatti. Ma secondo buona parte della stampa e dell’opinione pubblica contribuì a moderare gli animi anche l'inaspettata vittoria di Gino Bartali al Tour de France.

Come in molte città italiane anche a Napoli era stata organizzata nella centrale piazza Dante, una imponente manifestazione di protesta, alla presenza di migliaia di persone. Un affollato comizio davanti alla Camera del Lavoro, in via Costantinopoli, si svolse regolarmente nel pomeriggio grazie anche alla perfetta collaborazione tra il Prefetto e i dirigenti sindacali per evitare incidenti. Subito dopo alcune centinaia di giovani si portarono in piazza Dante, radunandosi nel centro, urlando e imprecando. Alcuni avevano raccolto dei sassi dal cantiere vicino dove erano iniziati i lavori per la nuova pavimentazione. Due camionette dei carabinieri si avvicinarono alla folla, un ufficiale si alzò dal sedile e, senza nemmeno scendere, parlò ai dimostranti, invitandoli alla calma, a manifestare senza violenza, e ribadendo che se tutti fossero stati al loro posto, non sarebbe successo niente. Le camionette dei carabinieri si ritirarono tra gli applausi dei giovani e anche la folla ai lati della piazza batteva le mani. La tensione sembrava sciogliersi. Ma improvvisamente da tre strade diverse arrivarono le jeep e i reparti della Celere, facendosi largo tra la folla, che senza preavviso fu caricata. Gli agenti erano anch’essi giovanissimi, in media tra i venti anni. Poi furono esplosi i primi spari. La folla scappò in varie direzioni e sul selciato di piazza Dante rimasero distesi due ragazzi di ventisei anni, entrambi iscritti al Pci, Giovanni Quinto (nato a Pisticci, in provincia di Matera) e l’operaio Angelo Fischietti. Più o meno gravemente rimasero ferite una ventina di persone. A sera, in piazza Dante dominava una gigantografia di Togliatti, candele accese, un quaderno per raccogliere firme, una scatola da scarpe con un buco e la scritta a matita “Sottoscrizione per le famiglie dei Caduti” per raccogliere denaro.

Giovanni Quinto era nato a Pisticci alle ore 10,10 del 4 luglio 1922, nella casa di via Garibaldi 25 da Antonio Vincenzo Quinto, agricoltore, e da Teresa Delfino, casalinga. In assenza del sindaco Antonio Pelazzi, la sua nascita fu registrata davanti all’assessore delegato e ufficiale dello Stato Civile Domenico Giovanni Viggiani dalla levatrice Virginia Tartarini, alla presenza dei testimoni Antonia Lombardi (contadina) e Grazia Lalinga (contadina).

Si da giovanissimo, Giovanni Quinto aveva cominciato a frequentare la Camera del Lavoro e la sezione comunista del suo paese nativo, seguendo l’esempio del padre. Durante il fascismo fu tra gli oppositori più tenaci ed irriducibili del regime, tanto da essere tenuto in osservazione dalle autorità di polizia. Il suo idolo e il modello da imitare era Umberto Elia Terracini, futuro membro della Costituente, di cui conosceva il pensiero ed i programmi. Quando seppe che Terracini nel 1941 era stato deportato nella Colonia Confinaria della vicina Bosco salice, si propose di incontrarlo e conoscerlo di persona ma i familiari frenarono questo suo desiderio, peraltro molto pericoloso. I confinati erano infatti inavvicinabili e nessun esterno poteva entrare in quello che ormai era diventato un campo di concentramento per antifascisti.
Caduto il fascismo si interessò ai problemi della terra e delle lotte contadine. Dopo aver frequentato l’Istituto Tecnico di Melfi, si era iscritto alla Facoltà di Ingegneria Navale del Politecnico di Napoli. La sua famiglia fece moltissimi sacrifici per mantenerlo all’università ma il giovane prometteva bene, si sentiva portato per gli studi tecnici e dava molte soddisfazioni.
A Napoli, nei momenti liberi dallo studio, frequentava attivamente la sezione del Pci di zona Porto e spesso faceva ritorno al suo paese con mezzi di fortuna per dare il suo contributo alla causa in cui credeva fermamente. Per non pesare molto sulla famiglia aveva trovato qualche occupazione saltuaria presso bar e trattorie, cercando di recuperare di notte le ore perdute. Una vita fatta di sacrifici, umiliazioni e privazioni. Nonostante questo Giovanni era perfettamente in regola con gli esami e gli mancava poco alla laurea, avendo già iniziato a redigere la tesi.
I suoi amici e colleghi lo ricordano come un giovane dotato di vivace intelligenza e grande volontà, tanto da risultare il primo del suo corso di studi. Anche la sua preparazione politica era completa e convinta, tanto che il suo nome era stato segnalato a Togliatti dai dirigenti comunisti napoletani per far parte del suo ufficio di segreteria.
Dopo la sua tragica morte e le polemiche che ne seguirono circa il comportamento dei celerini, la sua salma fu trasportata a Pisticci e vegliata da un picchetto di suoi compagni di fede nella sezione del Pci, situata nella centrale piazza Umberto I, visitata e onorata da numerosissimi amici e concittadini. Per la celebrazione dei funerali sorsero vivaci contrasti con il clero, disposto ad officiare il rito a condizione che non entrassero in chiesa bandiere rosse. La madre Teresa, credente e praticante, soffrì molto per questo veto. Il rito funebre si tenne così all’estrema periferia del paese, in località S. Croce. Vi parteciparono i massimi esponenti del partito, locale e regionale, tra cui Umberto Terracini, che fece ritorno a Pisticci a distanza di pochi anni dopo la sua esperienza di deportato nella Colonia Confinaria Per onorare Giovanni Quinto, a Napoli gli venne intestata anche una sezione del Partito Comunista Italiano, nei pressi del porto.

GIUSEPPE CONIGLIO

mercoledì 13 maggio 2015

A quando il gemellaggio con Marianopoli?

A Marianopoli attendono. A quando il gemellaggio con Pisticci nel nome e nel segno di Angelina Lo Dico, la maestra Santa che operò a Tinchi dal 1920 al 1930 da maestra, catechista e infermiera.

domenica 10 maggio 2015

RIDATECI D'ONOFRIO E GRIECO

È ormai più che evidente che per fare politica nel nostro paese non bastano più impegno, serietà e amore per il territorio. Doti ormai superate. Francesco D'Onofrio e Lino Grieco non sono più assessori da qualche mese. Le motivazioni non sono ancora chiare. Eppure hanno sempre dimostrato una grande competenza nei loro rispettivi ruoli oltre a puntualità, dedizione e passione. Unanime il coro dei cittadini. Ridateci D' Onofrio e Grieco.

sabato 25 aprile 2015

Sveglia per il Dirupo

Dopo tanti squilli di tromba e la incontenibile sensazione di gioia per la revoca del trasferimento, dopo tante promesse, iniziative, speranze, sul Rione a Dirupo sembra essere calato il silenzio. Se si eccettua un velleitario quanto improponibile progetto di una strada in forte pendenza che dovrebbe consentire ai bus di salire fino al castello. E che qualcuno ha commentato ironicamente " meglio una funicolare".

venerdì 24 aprile 2015

Mingo il Ribelle

Mingo il Ribelle è il titolo della nuova opera di Giuseppe Coniglio di imminente diffusione e che sarà presentato in vari centri della regione. È dedicato a Domenico Giannace nella ricorrenza dei suoi novanta anni di vita e racconta la sua biografia, le lotte contadine, il periodo vissuto nella colonia confinaria di Centro Agricolo dove era considerata la mascotte per la sua età giovanissima. E quindi la sua attività amministrativa, politica e sindacale fino agli ultimi anni quando ha fondato il Comitato civico per la Difesa dell'Ospedale di Tinchi. Un ricco documentario fotografico completa poi il saggio che gode del patrocinio della Regione Basilicata, Comune di Pisticci e ANPPIA di cui Giannace è il coordinatore regionale.

giovedì 26 marzo 2015

I FUNERALI DI ANTONIETTA DE MARSICO

Mingo Giannace e la Sig. Antonietta De Marsico
PISTICCI - Una folla di gente particolarmente commossa, di amici, familiari, estimatori, politici e giovani, ha reso l’ultimo saluto alla signora Antonietta De Marsico, consorte di Domenico Giannace, -già sindaco di Pisticci, consigliere regionale, sindacalista e leader delle lotte contadine del dopoguerra- spentasi dopo una vita dedicata al lavoro e alla famiglia, all’età di 87 anni. I funerali si sono svolti ieri mattina nella chiesa parrocchiale della Madonna delle Grazie di Tinchi. Donna esemplare di nobili virtù, madre amorevole, gentile, disponibile e corretta con tutti, la signora Antonietta è stata per Domenico Giannace moglie e compagna nel senso più vero della parola, sempre assidua al sua fianco, condividendone gioie e dolori. Non ha mai fatto mancare al marito e alla famiglia sostegno, incoraggiamento e collaborazione in ogni momento, bello o brutto della vita, sin da quando assistette alla scena dell’arresto di Domenico proprio nel giorno più bello della sua vita, quello del fidanzamento. E fino a qualche tempo fa quando ha preso parte attiva alle iniziative del Comitato per la Difesa dell’Ospedale di Tinchi, rimanendo in carrozzella per le sue non buone condizioni di salute. Nel mese di settembre dello scorso anno, nel giorno dei festeggiamenti per i 90 anni del marito, era commossa e felice per il contributo di solidarietà e di amore dato a tutti.

Giuseppe Coniglio

domenica 26 ottobre 2014

Il Centro Sociale Anziani ricorda la figura di Nicola Cataldo

La nobile figura di politico, amministratore, giurista e intellettuale dell’on. Nicola Cataldo è sempre viva nel ricordo della comunità pisticcese. Il Centro Sociale Anziani, organismo cui era molto legato, lo ha ricordato nel corso di un pubblico incontro nel palazzo comunale, presenti familiari, colleghi ed estimatori. Non una commemorazione ma incontro tra amici nella ricorrenza dei suoi 86 anni, senza enfasi e retorica. A ricordare i tratti più significativi della personalità di Nicola Cataldo, Giuseppe Coniglio; Domenico Giannace, che ne ha condiviso ideali e battaglie politiche, e Nicola Dolce e Michele Sisto, che, seppure di ideologie diverse, ne hanno sempre ammirato la lealtà e lo stile. Unanime il coro delle voci: il segno distintivo dell’on. Cataldo era costituito dalla straordinaria versatilità dell’ingegno, profondità della preparazione, sensibilità intuitiva, cultura umanistica e politica. Una vita intera vissuta tra politica e avvocatura, sempre a difesa e garanzia delle classi più svantaggiate e dell’identità del proprio paese. Profondamente legato alla sua professione, fino agli ultimi giorni, dimostrando coraggio e forza d’animo, aveva lavorato su importanti processi, trasformando in studio l’abitazione di rione Croci, da dove partirono i primi fermenti per la salvaguardia dei principi della libertà e democrazia. Nato a Pisticci il 22 ottobre 1928, ha conseguito la maturità classica al Flacco di Potenza e la laurea in Giurisprudenza a Bari nel 1952 discutendo una brillante tesi in Diritto Penale, cattedra di cui era titolare Aldo Moro. Iscritto nel PCI dal 1946, due anni dopo fu arrestato per estorsione di contratto di lavoro. Dopo cinque mesi il giudice derubricò il reato di estorsione, per il quale il codice fascista ancora vigente prevedeva il mandato di cattura e il divieto di libertà provvisoria, in quello di esercizio arbitrario delle proprie ragioni e concesse la libertà provvisoria. Nel 1951 fu nuovamente arrestato con Nino Sinisi e Domenico Giannace con l’accusa di aver tentato di rompere i rapporti internazionali tra Italia e America solo per aver tenuto comizi contro le visite dei generali americani in Italia capeggiati da Eisenower. E’ stato sindaco di Pisticci dal 1952 al 1956 e dal 1960 al 1963 quando si dimise perché eletto deputato. Da parlamentare, è stato Segretario della XII Commissione Industria e commercio, componente di varie commissioni speciali, dando un notevole apporto alla delega per la formazione del nuovo codice di procedura penale. Istruì il cosiddetto “Processo ai Petrolieri” collaborando alla redazione del libro “I Ministri del Petrolio” con Ugo Spagnoli e Carlo Galante Garrone. Rieletto sindaco dal 1975 al 1980 e dal 1993 al 1995 ha intrapreso molte iniziative per l’Ospedale di Tinchi, opere di civiltà nelle campagne, viabilità. Come Cassazionista ha ottenuto l’annullamento di importanti processi e di sentenze. Sul piano giuridico-politico rilevanti sono le osservazioni sul decreto legge 314/03 sulla individuazione del sito unico per lo stoccaggio dei rifiuti nucleari di Scanzano, indicato come difensore del Comune dall’assemblea degli avvocati del Foro di Matera su proposta del Consiglio dell’Ordine. Risultato ampiamente positivo come da lettera pubblicata del Commissario della Comunità Europea Taylor. Nel 2006 gli è stata conferita la Toga d’Oro per aver onorato durante un cinquantennio, la professione. L’avv. Amedeo Cataldo si è poi soffermato sulle sue doti di maestro di dialettica ed eloquenza, aggiungendo che è stato il difensore della povera gente. Tutti hanno dato atto a Nicola Cataldo di aver saputo esprimere, oltre alla elevatezza dei valori, la totale dedizione alla professione che ha svolto sempre con impegno assoluto, difendendone i valori di autonomia, libertà e prestigio. Con la scomparsa di Cataldo, Pisticci ha perso un pezzo significativo della sua storia. Un sindaco e gentiluomo di razza che ha lasciato in tutti un vuoto incolmabile. Pisticci vuole che la luce di questa grande figura non sia spenta né si attenui, intitolandogli una via o una istituzione.

Giuseppe Coniglio